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Giordano Bruno di Anna Foa

Del rogo di Campo de’ Fiori, la Chiesa era destinata a sostenere le ragioni fino a quasi i nostri giorni

… le parole di apologia della condanna di Bruno scritte solo cinquant’anni fa da monsignor Mercati non convincono: perché richiamano, nel giustificare quelle “sanzioni” usate dalla Chiesa a difesa del suo credo, le “concezioni e gli usi dei tempi” quasi la storia fosse un meccanismo necessario e automatico, e non un teatro che offre a tutti i suoi attori infinite possibilità di scelta e di libertà

Anna Foa, Giordano Bruno

Delle molte idee che detrattori ed estimatori hanno espresso nel tempo su Giordano Bruno, probabilmente nessuna può esimersi in pieno dall’aspetto politico e politicizzante legato all’epoca in cui queste idee sono scaturite.

Oggi ci si aspetterebbe un più lucido inquadramento dei fatti rispetto al passato: non sempre questo avviene, per l’incompletezza dei documenti in nostro possesso, con conseguenti ipotesi ancora da verificare, e per una volontà più o meno consapevole di favorire, nella narrazione, specifiche ideologie.

In epoca contemporanea dovrebbe essere condiviso il diritto alla divulgazione del libero pensiero senza sanzionamenti; eppure Anna Foa ci ricorda come ancora nei primi anni ’40 del Novecento, alla pubblicazione del Sommario del processo di Giordano Bruno da parte del presbitero Angelo Mercati, custode dell’ Archivio Segreto Vaticano, sia stato possibile al monsignore giustificare la condanna liquidandola in quanto “concezioni e…usi  dei tempi“.

L’autrice evidenzia piuttosto come già al tempo degli avvenimenti, “la discussione teologica e dottrinale sull’uso della forza era viva e aperta” e quindi come sarebbe stato possibile condurre tutta la questione in modo diverso.

Statua di Giordano Bruno in Campo de’ Fiori – Credito 1

La struttura e il contenuto

“Giordano Bruno” di Anna Foa è un saggio pubblicato per la prima volta nel 1998 nella collana L’Identità Italiana, raccolta della casa editrice Il Mulino.

Si tratta di un breve testo – un centinaio di pagine circa – suddiviso in cinque capitoli a loro volta scanditi da paragrafi in numero variabile; nella lettura, scorrevole, si percepisce il discreto e contenuto coinvolgimento dell’autrice che partecipa mantenendo piena lucidità storica.

Il libro si apre con un interessante approfondimento sulla storia della collocazione della statua in Campo de’ Fiori, inaugurata il 9 giugno 1889 a seguito di una tormentata serie di contestazioni e opposizioni; prosegue poi con un viaggio a ritroso intorno alla figura del filosofo, di cui tuttavia cita solo le tesi teologiche e filosofiche strettamente legate al processo, senza approfondirle.

Un paio di paragrafi si soffermano sulla fortuna delle opere di Bruno nonostante la messa all’Indice del 1603, fortuna determinata dai numerosi soggiorni europei del filosofo nolano, dalla vasta produzione e dall’inquadramento della sua visione, dopo il 1650, quale precorritrice del panteismo di Spinoza.

Foa conduce un’accurata analisi delle attenzioni nei confronti della filosofia di Bruno, del quale incuriosisce e spaventa, nella seconda metà del ‘600, la visione magica legata all’ermetismo rinascimentale di matrice egizia; la scrittrice effettua inoltre un excursus storico sottolineando come con il passare degli anni si sia aperto un confronto fra la cultura europea e il Bruno “anticipatore” del libero pensiero, fino alla riscoperta più ampia nell’ambito del Romanticismo tedesco e, per quanto riguarda l’Italia, all’interesse da parte di intellettuali meridionali esiliati in seguito alla disfatta della rivoluzione del 1848 a Napoli.

A cavallo fra i secoli XIX e XX, forte interesse verso Bruno  viene manifestato da De Sanctis e Gentile nell’ottica di riportare il primato del pensiero italiano all’interno del dibattito europeo laddove “il filosofo rappresentava l’idea spaventiana di un Rinascimento come matrice culturale dell’Italia moderna e di una circolarità filosofica che da Bruno a Campanella giungeva a Vico, per poi riemergere nella filosofia hegeliana“.

Chiesa e convento di San Domenico a Napoli. Bruno vi entrò “a quattordici o quindici anni” – Credito 2
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Anna Foa porta poi avanti, nel capitolo terzo, la narrazione del processo articolandolo in vita, accuse, strategia difensiva e condanna.

Dalla nascita all’ingresso nel convento di San Domenico, dagli studi all’elaborazione di un pensiero nel contempo magico e moderno, Foa delinea una personalità curiosa, orgogliosa, non priva di scaltrezza nel difendersi e tuttavia alla fine non disposta a cedere sulle questioni filosofiche.

Ancorato al passato rinascimentale e ideologicamente proiettato verso l’idea di una religione cattolica in grado di pacificare le divergenze in ambito cristiano, Bruno abbraccia senza timore una visione che contempla infiniti mondi e plurime incarnazioni.

Molte sue opere vengono scritte all’estero, come il De umbris idearum, dedicato a Enrico III o Della causa, principio et uno, a Elisabetta I, per conto della quale avrebbe forse compiuto anche attività di spionaggio. Questi contatti, unitamente a simpatie navarrine , ne avvolgono di sospetto la figura dinanzi ai tribunali che lo giudicheranno.

Emerge dal testo il duplice rapporto che Bruno ha con i luoghi in cui soggiorna: se da un lato può avvantaggiarsi della protezione di personalità importanti, dall’altra sconta la propria personalissima visione del mondo e delle questioni teologiche inimicandosi esponenti di ambienti intellettuali e religiosi.

Targa commemorativa di Giordano Bruno nella Loggia della Repubblica Nolese – Credito 3

Lasciata così Parigi per le reazioni ai suoi attacchi alla filosofia aristotelica, Wittenberg a causa dell’ostilità calvinista, Praga per la mancanza di fortuna, e ancora Helmsted e Francoforte, viene infine raggiunto dall’invito dell’aristocratico veneziano Giovanni Mocenigo, interessato all’arte della mnemotecnica.

Incontro cruciale, perché sarà proprio Mocenigo a rinchiudere e a denunciare per eresia Bruno, il quale invece contava forse sull’indipendenza veneziana da Roma quale punto di partenza per una possibile riconciliazione con la Chiesa del papa mecenate Clemente VIII.

Cavalier d’Arpino, Ritratto di papa Clemente VIII (1598 circa, Museo diocesano di Senigallia) – Credito 4

Il processo in ambito veneziano sembrava potersi risolvere in tempi congrui perché, come sostenuto da Foa, un solo testimone non imparziale non sarebbe risultato sufficiente per decretare la pena di morte; inoltre, come evidenziato da Germano Maifreda (1), a quest’unico testimone ostile si aggiungeva la mancanza di una citazione precedente all’incarceramento.

Fu a questo punto però che giunse la richiesta di estradizione da parte dell’Inquisizione romana: dopo nove mesi di processo nella Repubblica di Venezia, Bruno entrava nelle carceri di Roma, il 27 febbraio 1593, per uscirne sette anni dopo, il 17 febbraio 1600, ed essere arso vivo a Campo de’ Fiori.

L’analisi di Foa

Il saggio passa in rassegna con abilità di schematizzazione le tipologie di accusa, che l’autrice raggruppa in opinioni erronee sulla fede cattolica (eresia), idee filosofiche, passaggio e soggiorno in terra di eretici: sostanzialmente, l’Inquisizione solleva questioni di tipo teologico, filosofico e di prassi, con conseguenze dottrinali e comportamentali.

In un secondo tempo l’Inquisizione creò una commissione interna preposta alla visione di alcune opere di Bruno che, secondo la valutazione di Foa, dovrebbero aver incluso quasi certamente De la causa, De l’infinito e La cena delle ceneri, mentre pare che non siano pervenuti agli inquisitori Degli eroici furori e Lo spaccio della bestia trionfante, testo che invece avrebbero desiderato reperire in quanto sospettato di irriverenza nei confronti del Papa ( come chiarito anche nella lettera di Kaspar Schoppe, testimone oculare e autore di uno dei pochi documenti pervenutici).

L’autrice valuta la strategia difensiva posta in atto dal filosofo come attenta e diplomatica: Bruno “sa che cosa negare, che cosa affermare con distinzioni e cautele, che cosa concedere ai giudici“. Ne emerge il ritratto di un uomo che non cerca la condanna e la morte e ne è un esempio la decisa dichiarazione di non aver mai né ricevuto né amministrato i sacramenti, in conseguenza della scomunica ricevuta, cosa che lo avrebbe macchiato di sacrilegio, mentre di contro egli pone punti fermi sugli argomenti filosofici, che cerca di chiarire e di non lasciar ridurre a semplici bestemmie.

Luigi Firpo , citato nel testo, fa riferimento peraltro anche a un teatrale gesto di prostrazione e contrizione, ulteriore atto di scaltrezza che delinea una tipologia di linea difensiva ragionata.

Ritratto di Giordano Bruno, pubblicato la prima volta nel 1824, basato su un presunto ritratto a incisione, anonimo, del 1715, secondo alcuni riproduzione, a sua volta, di un ritratto realizzato durante la sua vita (ca. 1578) oggi andato perduto – Credito 5

Verso la conclusione – ultime riflessioni e parallelismi

Con l’entrata in scena nel 1597 dello scienziato gesuita Bellarmino, a breve cardinale, all’interno della Congregazione cardinalizia, prendono avvio le interrogazioni sulle censure sui libri, cui presenziava spesso Clemente VIII il quale “nonostante la fama di filosofo di cui lo aveva gratificato Bruno, aveva assai caro il Santo Uffizio e vi esercitava un ruolo personale attivo“.

Ad inizio 1599 vennero sottoposte all’imputato otto proposizioni ( successivamente la richiesta si ampliò ) per le quali egli si dichiarò pronto all’abiura, da cui alla fine si ritrasse attraverso un memoriale presentato al Papa, rimettendo in discussione le ritrattazioni, non cedendo e consentendo così di avviare il processo verso la sentenza, con la consegna al braccio secolare.

Dagli archivi della Compagnia di San Giovanni Decollato, aperti solo grazie all’imposizione del governo Crispi, si ha avuto ulteriore conferma dell’avvenuto supplizio e del diniego di Giordano Bruno alle richieste di pentimento.

Il capitolo dedicato al processo si conclude con le considerazioni di Anna Foa sullo “spirito del tempo”, lucide e sgombre di polemica: la condanna per reato di opinione, la gravissima intolleranza per il libero pensiero, avvennero “dal punto di vista giuridico…nel più rigoroso rispetto delle norme“.

Di  fatto nei processi di questo genere ogni cosa veniva messa a verbale, la tortura era utilizzata molto poco (in misura molto minore rispetto a quanto si applicava nei tribunali non ecclesiastici) e gli inquisitori, pur con alcune eccezioni, non erano di regola individui accaniti contro la persona dell’imputato.

Dunque, se il contesto storico resta una cifra importante da considerare, questo “non vuol dire giustificarlo e non sostituisce il giudizio etico“.

Parallelismi con la figura di Bruno menzionati da Foa sono quelli con un altro celebre domenicano, Tommaso Campanella, e poi con personaggi come Francesco Pucci e molti altri ancora; fra questi, le figure di maggior spicco furono quelle che alla fine si trovarono sole, emergendo per i loro meriti intellettuali e morali.

VIDEO: Il rogo di Giordano Bruno – di Anna Foa

(1) Bibliografia: Germano Maifreda, Giordano Bruno e Celestino da Verona. Un incontro fatale, Edizioni della Normale, 2017

Prima edizione italiana: Anna Foa, Giordano Bruno, Il Mulino, 978-88-15-26075-8, Anno pubblicazione: 2016
Edizione impiegata per la lettura: Anna Foa, Giordano Bruno, Il Mulino, 978-88-15-26075-8, Anno pubblicazione: 1998

Crediti immagini:

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