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Severina di Ignazio Silone

“La verità non è purtroppo nella coscienza dei poveri, ma nella loro esistenza”

Ignazio Silone, Severina, capitolo 8

“La speranza di suor Severina”, uscito postumo e compiuto per merito della moglie dell’autore Darina Laracy, è il romanzo in cui Ignazio Silone tira le fila del suo ormai maturo pensiero.

Ignazio Silone negli anni ’20
Ignazio Silone negli anni ’20 – Credito 1

Il pensiero

Lo stile più asciutto che lo scrittore impiegò negli ultimi anni della propria vita se da un lato incarna le disillusioni generate dalla fiducia mal riposta in un credo – religioso o politico -, dall’altro mostra la capacità di una mente onesta di evolvere restando fedele ad un marcato senso di giustizia.

Questo “cristiano senza Chiesa”, fuoruscito in Svizzera durante il regime fascista, comunista incapace di accettare il totalitarismo staliniano dei cui orrori fu presago, indirizzò per tutta la vita il pensiero all’oppressione dei contadini abruzzesi, i più poveri e schiavi fra i lavoratori, prostrati dalla fatica e affamati dai soprusi dei ricchi.

I patimenti dei contadini del Fucino schiacciati dal potere del principe di Torlonia divennero le stesse sofferenze dei braccianti di ogni luogo della Terra; Silone rivendicò per costoro e per se stesso i termini di “cafone” e “terrone”, precursore in questo della tecnica di appropriazione e risignificazione di un insulto oggi utilizzata da diversi movimenti di liberazione.

Nei suoi romanzi, da “Fontamara” a “Severina”, lo scrittore si accosta al verismo e in generale alla letteratura di opposizione, con frequenti proiezioni autobiografiche, inclusa quella che si concretizza nel personaggio di Severina.

La trama e il carattere della protagonista

Come il suo creatore, Severina è un personaggio che, a metà fra la tensione religiosa e il desiderio di militanza, non cessa di riflettere sulla realtà e sul modo migliore per offrire appoggio ai più sventurati.

Osteggiata a causa della sua integrità, non cede alle pressioni e lascia il convento, non prima di avere coraggiosamente testimoniato contro un’ingiusta e violenta azione di polizia.

Colpisce l’assenza di rabbia o volontà di rivalsa di questo personaggio, spiegabile attraverso la netta visione di un fine cui tendere e, nel binomio autore/personaggio, da un punto di vista più pacato di Silone, in grado di valutare gli eventi in quanto scrittore, ossia pur sempre da una posizione politica ma strettamente razionale.

D’altra parte, non si può non osservare quanto i moti di piazza descritti riprendano le allora recenti contestazioni sessantottine, verso le quali l’autore sembra mostrare sincere simpatia e fiducia.

Centrale è, all’interno del capitolo 4, il dialogo fra le due personalità affini di Severina e don Gabriele: l’incertezza e l’impossibilità di credere e di obbedire senza discernimento all’ordinamento ecclesiastico che ha “sostituito alla sete di giustizia il culto del quieto vivere” e la ricerca continua della verità sono il tema attraverso cui i due personaggi si comprendono istantaneamente.

Adone Comboni, Piana d'Abruzzo, 1923
Adone Comboni, Piana d’Abruzzo, 1923 – Credito 2

La speranza

Non è da ritenere che Ignazio Silone abbia avversato nella Chiesa tutti i valori da essa espressi nella loro totalità: sebbene millantati dall’istituzione gerarchica cattolica, alcuni ideali razionalmente e empaticamente condivisibili permangono nell’onesto pensiero dello scrittore, acquisendo spessore superiore alla certezza dell’esistenza o meno di un dio creatore. A differenza di quest’ultima questione, infatti, le “nuove forme di eroismo, di santità, di devozione, di consacrazione alle universali verità”  sono dati di fatto certi e veri.

La speranza dunque si profila in questo senso, in quanto possibilità di ritrovare negli uomini il desiderio di quella verità che, forse ignota alla maggioranza dei diseredati a causa dell’ignoranza e di altre purtroppo frequenti infime qualità, è tuttavia mostrata dalla loro stessa esistenza, e indica e denuncia la radice del male che li affligge.

Nella sua presentazione Geno Pampaloni  scrive non a caso che la speranza è “virtù di resistenza, l’ultima luce o prova del non arrendersi”.

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Casa natìa di Ignazio Silone a Pescina
Casa natìa di Ignazio Silone a Pescina – Credito 3

La ricostruzione del romanzo

In seguito alla morte di Ignazio Silone, avvenuta nell’agosto del 1978, la moglie Darina si trovò di fronte al complesso compito di dare alle stampe l’incompiuta ultima opera narrativa del marito.

Il lavoro che svolse è da lei stessa documentato con grande cura nel brano intitolato “Storia di un manoscritto”, costituito da una prima parte in cui l’autrice ricorda l’ultimo periodo di vita di Silone attraverso un linguaggio che, seppur composto, non impedisce al lettore di sentirsi coinvolto rispetto alla vicenda personale.

Ne emerge anche una profonda intesa e conoscenza fra i due coniugi, cosa che sicuramente consentì a Darina di restare il più possibile fedele alla volontà dell’autore nella riorganizzazione del materiale (per lo più appunti sparsi e romanzi già pubblicati) e nel completamento dei testi laddove indispensabile, sostituendo pochissime parole e mutando frasi solo per necessità di coerenza.

Nella seconda parte della “Storia” ella procede indicando capitolo per capitolo le ragioni dei cambiamenti e segnalando le parti originali.

Nel susseguirsi della narrazione continuano a emergere particolari e aneddoti del passato che in qualche misura hanno avuto parte nella stesura e nel completamento del romanzo, documenti preziosi per la comprensione dell’opera a livello profondo.

In Severina venne per la prima volta pubblicato il documento autografo “et in hora mortis nostrae”, in cui Silone espresse il desiderio di non ricevere alcuna cerimonia funebre. Unitamente a questo scritto ve n’era un altro, con le volontà dello scrittore relative alla propria sepoltura.

Tomba di Ignazio Silone a Pescina
Tomba di Ignazio Silone a Pescina – Credito 4

Mi piacerebbe di essere sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino in lontananza

Ignazio Silone

Riflessioni sulla vita e sulla morte

Il libro si conclude con la cronaca fedele degli ultimi giorni di vita di Silone e con il di lui brano “Ai piedi di un mandorlo”, testo introspettivo in cui l’autore ragiona con se stesso, immerso nella natura, a poca distanza da quella che sarebbe poi stata in seguito l’ubicazione della sua sepoltura.

Egli guarda al suo paese in modo distaccato, fisicamente e spiritualmente, considerando come i cambiamenti  e la lontananza rendano estraneo a un luogo anche chi quel luogo lo ha in passato conosciuto profondamente: come a un morto che possa a distanza di tempo osservare le umane vicende, gli si palesa la vita che procede anche senza di lui, mentre un profetico senso di solitudine e di precarietà dell’esistenza lo avvolgono.

Improvvisamente si accorge della presenza di un’anziana donna, conoscenza di un tempo, che sta faticosamente portando un pesante carico: Silone dunque si alza per raggiungerla e per offrirle il suo aiuto.

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Prima edizione italiana: Severina, Mondadori, 1981
Edizione utilizzata per la lettura: Severina, Mondadori, Febbraio 1982

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Documentario in quattro puntate dedicato a Ignazio Silone; testi e regia di Luigi Boneschi.

Prima parte: Mi fabbricai da me un villaggio, col materiale degli amari ricordi – Ignazio Silone

Seconda parte: Le prime proteste contro i brogli e le ingiustizie subite dai contadini abruzzesi

Terza parte: Ignazio Silone e la storia drammatica di suo fratello

Quarta parte: Anni ’50 e la fine del latifondo agrario

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Crediti immagini:

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