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I Vagabondi Del Dharma

Oh, li incontro sempre per strada i miei bodhisattva!

cit. Japhy Ryder, I Vagabondi del Dharma

Libertà, ricerca sincera della verità, imparzialità di giudizio, zelo, carità, tenerezza, saggezza ed estasi: alcuni dei princìpi dell’esistenza, quantomeno di quella onesta, appassionata e viscerale di Jack Kerouac.

Princìpi che corrispondono in parte ai capitoli del Sutra del Diamante, nello studio del quale il poeta ritrovava percezioni già presenti nel proprio animo. Con serietà egli le ha razionalizzate, le ha espresse su carta ne I Vagabondi del Dharma in uno dei suoi più grandi romanzi autobiografici e ha infine cercato di lasciarne andare il concetto.

Un’altra volta sulla strada

Considerato ideale prosecuzione evolutiva umana e artistica di Sulla Strada, anche I Vagabondi riprende il soggetto del viaggio, momento di introspezione e crescita spirituale e di comunione con i compagni e la natura; il mezzo di trasporto privilegiato diventano le gambe, il percorso ideale la scalata di una montagna come il Matterhorn.

Quando arrivi in cima a una montagna, continua a salire” recita la massima zen che Ray Smith, pseudonimo di Jack Kerouac nel romanzo, ricorda terrorizzato in prossimità della vetta alla quale non arriverà mai.

Consapevole quindi del proprio karma di evoluzione incompleta, non smetterà di coltivare una fede buddhista autentica, vicina alla sobrietà theravada e in aperto conflitto con la religione estetica ed esoterica congeniale a Kenneth Rexroth. Anche il Mahayana gioioso e aperto del protagonista Japhy Ryder appare talvolta poco rigoroso agli occhi di Kerouac, il cui animo introspettivo e malinconico si rifà costantemente alla prima delle quattro Nobili Verità: “tutta la vita è dolore”.

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La tragedia dell’esistente

Pur nell’evidente non ortodossia, la sensazione di continuo mutamento, di morte e rinascita, di abbandono e perdita, di piccolezza di fronte all’immensità di un universo da cui si può rimanere schiacciati in un lampo restano costanti in tutto il romanzo e per tutta la vita, fedeli alla consapevolezza della sofferenza quale prima grande condizione dell’esistente.

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I piccoli vagabondi furtivi sul Fantasma di Mezzanotte, i fiduciosi bikkhu sparsi per il mondo, la “povera mente” e “il povero uomo solitario abbandonato sulla spiaggia”: tutto è in balìa dell’enormità del cosmo, tutto è destinatario di commiserazione e meritevole di compassione.

Di fronte alla spietatezza amorale dell’ordine dell’universo sorge improvvisa nello scrittore la pena per l’ingenua fiducia nelle cose nutrita dalla “Principessa”, per gli esseri coscienti e indifesi trucidati dai cacciatori, per la mancanza di libertà del camionista, per la madre che “aspettava e forse lavava i piatti nella sua amata e triste cucina”, per il cane Bob perennemente a catena, per la sventurata Rosie, per le insospettate debolezze del povero Japhy e infine per se stesso, per le situazioni di sradicamento e squallore e per la sostanziale incomunicabilità del Buddhismo.

Vita e prosa in un time-lapse

Nel ritmo serrato della prosa spontanea di Kerouac, dove gli eventi scorrono vividi e irreali ad un tempo, senza sosta come il flusso del pensiero, l’unica certezza è la natura oggettiva, la cui essenza è indifferenziata, compenetrante e compassionevole.

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La paura non ha ragion d’essere perché il mondo osservato da un punto di vista soggettivo non è reale sicché, nel quadro dell’impermanenza dipinto a tinte fosche, compaiono improvvise pennellate vivaci ed esplosive: sono gli attimi dionisiaci, altrettanto vacui e transitori ma sregolati e felici come il reading di poesia alla Six Gallery, il preannunciarsi del Rinascimento poetico di San Francisco, le serate orgiastiche con gli amici, il piacere della sensazione di autonomia e della consapevolezza d’essere nel cuore di un cambiamento epocale; ancora, il gusto del cibo, la visione ottimistica favorita dalle sbronze, le aspettative per il futuro, le poesie di Han Shan, l’idea di migliaia di giovani beatnik e bikkhu con lo zaino in spalla in giro per il mondo, in una rivoluzione travolgente di pace e amore.

Così Kerouac fotografa la realtà, la cristallizza o la accelera, la mette in musica in una sorta di be-bop in prosa, osserva dall’esterno e dall’interno le sue e le altrui sensazioni e reazioni, senza nascondersi di essere ancora distante dalla neutralità e senza risparmiarsi nulla, facendo esperienza di vita, apprendendo sempre, ricordando sempre, felice di allontanarsi dalla società ma anche ad un certo momento di poter avvertire nuovamente “odor di umani”, preludio di uno sfrenato e beatamente irresponsabile ritorno al mondo.

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Nel cuore del romanzo

Centro del romanzo, assieme allo scrittore protagonista, è la figura dell’amico e poeta Gary Snyder, alias Japhy Ryder, studioso di Buddhismo Zen e traduttore delle antiche poesie cinesi, destinato di lì a poco a trascorrere molti anni di studio dello Zen nei monasteri del Giappone.

Attorno si andava raccogliendo una cerchia di studenti universitari, poeti o aspiranti poeti, ragazzi giovani innamorati della vita e della conoscenza, che Kerouac definiva i pazzi zen, in prospettiva capaci, con i loro viaggi e il loro pensiero, di portare unità fra oriente e occidente, in un continuo libero spostamento per il mondo di individui pensanti, forieri di un progressivo abbandono del razionale in favore della comprensione illuminante della meditazione e dei koan.
Alcuni facevano già parte della cerchia di amicizie di Kerouac, come Allen Ginsberg, Neal Cassady o Philip Whalen; a molti di loro è dedicato ampio spazio in altri romanzi, dove sono presentati con pseudonimi.

Compagni di Kerouac nella scalata al Matterhorn nelle High Sierras sono Japhy Ryder (Gary Snyder) e Henry Morley (John Montgomery), occasione in cui i tre rivelano personalità e potenzialità diverse e il cui inevitabile confronto permette punte di sagace umorismo; descrizione di altissimo livello poetico è invece quella del fiume Skagit a Marblemount, nei pressi del quale, nel giugno 1956, lo scrittore aveva frequentato il corso preparatorio per trascorrere l’estate in solitudine come vedetta antincendio dopo la triste separazione da Japhy imbarcatosi per il Giappone.

Proprio in questo “paradiso alpino” privo di distrazioni, dominato dall’enormità possente e inquietante delle vette e dalla semplicità delle piccole cose di ogni giorno, dalla routine quotidiana, dalla neve fresca, dalla sporadica compagnia di un placido coniglio, lo scrittore ha la paralizzante percezione dell’irreltà e dell’indifferenziazione di ogni cosa, visione illuminante che si va intensificando in una progressiva consapevolezza ascetica.

Anche questa volta tuttavia, dopo l’esperienza spaventosa ed edificante
della vastità e della solitudine e del Dharma, la legge di ogni cosa, Ray Smith/Jack Kerouac, per quanto più maturo e consapevole, tornerà a questo mondo, dove tutto “finisce in lacrime” ma anche in cui “tutto è comunque a posto per sempre”.

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Jack Kerouac, I Vagabondi del Dharma, Oscar Mondadori, 2015
Prima edizione italiana: Jack Kerouac, I Vagabondi del Dharma, Medusa – Arnoldo Mondadori Editore, luglio 1961
Prima edizione originale: Jack Kerouac, The Dharma Bums, The Viking Press, NY, 1957

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